domenica, 05 luglio 2009
A quella faccia da deficiente, coi baffettini idioti
che si trova in un posto e si autoconvince di meritarselo.
Ai suoi sodali.
Auguro di trovarsi nella necessità di cure mediche,
in un paese straniero, e che qualcuno li sbatta fuori,
dicendolo loro, con ghigno feroce" Padroni a casa propria"
(alp)
BREVE
EFFETTI DELLA LEGGE
Le Acli: donna non viene curata e muore
Una donna nicaraguense che lavorava come badante a Roma ed era in attesa del permesso di soggiorno, non è stata portata tempestivamente al pronto soccorso ed è morta a seguito di un'infezione renale.
Aveva 34 anni e un figlio di 17 in Nicaragua. La pratica per la sua regolarizzare era avviata e proprio due giorni prima del decesso la sua datrice di lavoro aveva ricevuto dall'ufficio immigrazione una richiesta di aggiornamento dati per la domanda di assunzione.
A denunciare l'episodio sono stati ieri gli operatori e gli esponenti del direttivo di Acli-Colf, spiegando che sulla decisione di non recarsi subito in ospedale ha pesato, tanto sulla donna quanto sulla datrice di lavoro e i familiari, il timore di incorrere in possibili conseguenze legate alle nuove norme sulla sicurezza. La famiglia ha preferito prima portare la donna da un medico privato e solo dopo al pronto soccorso. Dopo una prima fase di incertezza, i familiari dell'anziana presso cui la donna viveva e prestava servizio, hanno dato piena collaborazione. E successivamente hanno anche partecipato alle spese per il trasporto della salma in Nicaragua.
Sul caso, inoltre, non è stata presentata alcuna denuncia. Ma la vicenda - sottolineano gli operatori di Acli-Colf - è, come altre, indicativa del clima di paura e di incertezza che si è diffuso tra le famiglie che ospitano collaboratrici domestiche in relazione alle nuove disposizioni di legge.
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domenica, 05 luglio 2009
TAGLIO BASSO | di Cinzia Gubbini - ROMA
LA STORIA
La colf curata in casa e poi sbattuta fuori
Neanche al pronto soccorso l'hanno accompagnata, e hanno preferito curarla in casa. È così che i «padroni» diventano anche medici fai da te. Per paura. Non è una giustificazione, ma di fatto succede. I rischi per chi si tiene in casa uno straniero irregolare sono chiari a tutti. Ed è così che è andata la storia di F., 30 anni, brasiliana, che ieri pomeriggio era in lacrime nella chiesa Santa Maria della Luce a Trastevere, Roma. Lidia Obando è la dirigente delle Acli Colf, che si occupa di organizzare e tutelare le collaboratrici domestiche. Qui Lidia fa sportello, e di storie ne ha sentite tante. Ma si vede che quella di F. la colpisce: «È come se fosse mia figlia». E cosa è capitato a questa ragazza con la faccia umiliata e gli occhi umidi viene fuori come un fiume. «Dieci giorni fa stavo chinata sul lavello del bagno, nella casa dove faccio la colf ormai da due anni», comincia F. È una casa molto grande, nel centro di Roma, i suoi «padroni» sono persone benestanti: «Non so che succede, mi si blocca la schiena, non potevo più camminare. Mi sono spaventata. Ho pensato: oddio sono i reni». F. chiama la «signora», le dicono di stendersi sul letto, di riposarsi. «Insomma, carini. Ma io dico: forse è meglio se andiamo in ospedale». Ed è lì che cala il gelo. Breve consulto in famiglia. Il responso è che no, meglio di no. F. è clandestina: «Le pratiche della regolarizzazione le abbiamo fatte - precisa F. - ma nessuna risposta». Come nella maggior parte dei casi, niente di strano. Ma ora c'è qualcosa in più: «L'hai sentito cosa dicono in televisione», le hanno detto i suoi datori di lavoro. «E se poi ci denunciano?».
Passano due giorni «ma io stavo male, non potevo camminare», racconta F.. Ed è allora che succede la cosa più incredibile. Lidia non ci può credere, se lo fa spiegare un paio di volte: «Sì, mi hanno fatto una puntura loro. Non so cosa c'era dentro. Credo un antibiotico, dicevano che probabilmente era un'infezione». «Ma tu dovevi dire no», fa Lidia. «Ma io avevo male», è la risposta di F.. E la storia, non è finita. F. si decide, e chiama sua sorella, che abita fuori Roma: «Lei mi è venuta subito a prendere, e siamo andate al pronto soccorso». Nessuna infezione, è una brutta infiammazione muscolare. Otto giorni di prognosi. F. non torna a casa, va a dormire dalla sorella. Ma il clima con i datori di lavoro è cambiato. Tre giorni fa la chiamano al telefono. Le dicono che sta approfittando, un'infiammazione e tutti questi giorni di assenza. F. è umiliata, ma decide di tornare al lavoro, non può certo permettersi di perderlo. Ma la aspetta una brutta sorpresa. «Sul mio letto c'erano degli scatoloni con tutte le mie cose dentro». I «padroni» le hanno detto che la casa è grande, lei non ce la fa. Eppoi stanno partendo per le vacanze. Eppoi ormai bisogna stare attenti, le multe sono salate. Però si sono fatti calcolare dal commercialista la liquidazione, e gliel'hanno versata. Gente perbene. L'Italia del pacchetto sicurezza.
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martedì, 30 giugno 2009
Quando una notte, passando davanti ai cancelli della
Fiat presidiati dai picchetti, vidi delle ragazze e dei picchettanti "ballare tra i fuochi, mi
dissi: quelli non sono operai". Così afferma Cesare Romiti, all'epoca amministratore
delegato della Fiat, ricordando una notte dei trentacinque giorni. Con quel periodo
bisognava chiudere anche rischiando lo scontro duro con gli operai. Questa convinzione
che andava maturando nella direzione Fiat, divenne operativa quando ci furono le prime
avvisaglie della crisi di sovrapproduzione che stava investendo il mercato mondiale
dell'auto.
I 35 giorni
L'azienda, il 5 settembre 1980, annunciava che aveva 24.000 lavoratori eccedenti.
Di questi almeno 13/14.000 avrebbero dovuto essere licenziati. Iniziavano così i
trentacinque giorni di lotta alla Fiat. Chi stava in fabbrica viveva direttamente
l'aspetto politico dell'offensiva Fiat e delle sue conseguenze, in particolare
l'inevitabile azzeramento del potere dei lavoratori nel caso di una sconfitta. Non si
arrivò alle lettere di licenziamento, perché il 27 settembre cadde il governo. Poco
dopo la Fiat annunciò il rinvio della procedura dei licenziamenti e la messa in cassa
integrazione a zero ore per tre mesi di circa 24.000 lavoratori a partire dal 6
ottobre. Per gli operai della Fiat fu sufficiente scorrere i nominativi degli elenchi
affissi ai cancelli, per capire che l'azienda voleva decapitare la presenza dei delegati
in fabbrica, quel tessuto di avanguardie che erano la base del "contropotere" nei
vari reparti. Come risposta alle liste di espulsione per i lavoratori, decise
unilateralmente dalla Fiat, il Consiglio di fabbrica di Mirafiori approvò una
mozione che dava il via al presidio di tutti i cancelli e chiedeva alle confederazioni
di proclamare uno sciopero generale. Dai primi giorni di ottobre davanti agli
stabilimenti Fiat, si animò, e a poco a poco prese forma, una nuova realtà sociale: il
popolo dei cancelli.
Il 14 ottobre il Coordinamento dei capi e intermedi Fiat aveva convocato una assemblea
al Teatro Nuovo di Torino. La Fiat aveva fatto le cose in grande, aveva mobilitato i
dirigenti di tutto il gruppo, a loro volta questi avevano impartito ordini ai capi e a catena
questi avevano telefonato a casa ai lavoratori più moderati e opportunisti. Poi avevano
organizzato pullman, pulmini e auto per raccogliere tutti i disponibili e predisposto tanti
bei cartelli che invocavano il diritto di lavorare. Dal Teatro Nuovo uscì un corteo
silenzioso che percorse le vie cittadine passando alla storia come la "marcia dei 40.000".
Anche se non erano quarantamila, ma molti di meno, l'impatto fu evidente. Ancora oggi
rimaniamo stupiti osservando le foto di quei marciatori. Fu chiamata infatti marcia, non
corteo o manifestazione, termini che si addicevano ai lavoratori. Abituati ai cortei
colorati, rumorosi e rombanti di slogan degli operai e delle operaie della Fiat, i "40 mila"
marciatori si distinsero per il loro silenzio, per i pochi cartelli graficamente ben scritti,
per il loro procedere ordinato e intruppato per le vie del centro, per il loro modo diverso
di vestire: giacche, cravatte, soprabiti.
L'indomani la gente dei picchetti venne a sapere che era stata raggiunta una ipotesi
di accordo tra sindacati e dirigenza. Nel pomeriggio fu convocata l'assemblea di
tutti delegati Fiat con i segretari nazionali al Cinema Smeraldo, nella periferia di
Torino. In quell'assemblea si ebbe immediatamente sentore della sconfitta che
quell'accordo segnava. Giovanni Falcone, delegato FIOM della Carrozzeria ed ex
militante di Lotta Continua, pronunciò una sorta di testamento politico, valido per
un'intera generazione di avanguardie: "Ci sono degli accordi che non ti fanno fare
dei passi avanti, che magari ti fermano sulle posizioni che hai acquisito. Dopo hai
difficoltà, e riprendi il cammino. Ma questo è sicuramente un accordo che ci fa fare
molti passi indietro". Falcone proseguiva nel suo intervento, quando per ragioni di
tempo venne richiamato dalla presidenza: "Non ti preoccupare, compagno. Ho
anche il diritto, dopo 12 anni mi cacciano fuori, concedetemi almeno di parlare
ancora, perché io credo..., credo che la possibilità come operaio Fiat, come delegato
Fiat, non ce l'avrò mai più. Almeno la soddisfazione di aver chiuso in bellezza, e
sono contento di tutte le lotte che ho fatto, al di là che il padrone non mi riprenda
più".
Il 16 ottobre al mattino furono convocate le assemblee operaie. Si votava sull'accordo
appena firmato a Roma. Se nelle assemblee del mattino il risultato era perlomeno
incerto, ma con una massiccia presenza di voti contrari, nelle assemblee del pomeriggio i
no prevalsero in modo netto. Nonostante questo i vertici sindacali dissero che l'accordo
era stato approvato a larga maggioranza dagli operai, dimostrando la loro volontà di
chiudere quella partita iniziata un decennio prima.
La resa dei conti
Subito dopo la conclusione della lotta iniziarono nel movimento operaio le rese dei conti
Da "Umanità Nova" n.33 del 22 ottobre 2000
Diego Giachetti
martedì, 30 giugno 2009
FIAT: OPERAI TERMINI DI NUOVO SUI BINARI, SOPPRESSI 9 TRENI
(AGI) - Palermo, 29 giu. - Gli operai dello stabilimento Fiat di Termini Imerese sono tornati sui binari della stazione di Fiumetorto nel pomeriggio e hanno nuovamente interrotto la circolazione dei treni tra Palermo e Messina dalle 14,42 alle 16,30. Soppressi nove treni del trasporto regionale, sostituiti da Trenitalia con cinque bus tra Campofelice di Roccella e Termini Imerese. Due i treni a lunga percorrenza coinvolti: gli Espressi 1932 Palermo-Venezia, partito con 100 minuti di ritardo, e 1920 Palermo-Milano, che ha invece accumulato un'ora di ritardo in partenza. In mattinata, dalle 8.45 alle 11, erano stati soppressi due treni regionali e il Palermo-Roma aveva subito un ritardo di un'ora.
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giovedì, 25 giugno 2009
Ricordiamo alcuni titoli: L’invitata, I Mandarini, Memorie di una ragazza perbene, La forza delle cose, Una donna spezzata, A conti fatti.
Donna scandalosa, passionale e innamorata la scopriamo nelle lettere che indirizza a Nelson Algreen 1947-1964. E seppure in certi momenti abbraccia interamente i movimenti femministi che si succedono negli anni (quando appare Il Secondo Sesso il femminismo di massa ancora non era in atto) quello che preme soprattutto a Simone de Beauvoir è l’avvenire e l’esistenza della donna, non una brutta copia dell’uomo fabbricata da lui.
Da maggio a luglio 1948 la rivista Les temps modernes, diretta da Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, pubblica tre estratti di un’opera dal titolo generico: “La donna e i suoi miti”. Appartengono alla terza parte del primo volume del: Secondo Sesso. Ci fanno comprendere come Montherland, Claudel e Breton hanno rappresentato le donne nei loro romanzi. L’analisi si dimostra severa, il tono tagliente, e le critiche spesso virulenti non si fanno attendere. Allo scrittore americano Nelson Agreen, con il quale è legata, Simone scrive: “(Il secondo sesso) è un’opera importante, mi ci vuole ancora un anno almeno, voglio che sia veramente di qualità. Mi fa piacere che la parte pubblicata nei Tempi moderni abbia mandato su tutte le furie numerosi uomini: si tratta di un intero capitolo consacrato ai miti aberranti che gli uomini conservano a proposito della donna, e ad una poesia completamente stupida che essi sono capaci di dedicarle. Sembrano essere stati colpiti in un loro punto sensibile.”
Nel giugno del 1949 il primo volume del Secondo sesso viene pubblicata dalle edizioni Gallimard. Il secondo segue nel mese di novembre, ovviamente la critica esterna si scatena, etc.
“Non si nasce donna: lo si diventa, possiamo leggere nelle prime linee del primo capitolo. Nessun destino biologico, psichico, economico riesce a definire la figura che riveste nel seno della società la femmina umana: è l’insieme della civiltà che elabora un prodotto intermediario tra il maschio e l’uomo castrato in seguito denominato femmina”.
Oramai, non si tratta più di evocare solamente dei fatti e di sottomettere all’analisi delle forme di mito letterario, ma colpire nel cuore le rappresentazioni collettive. La frase serve anche da pietra angolare nel pensiero femminista della seconda metà del XXe secolo, e quello che enuncia partecipa a una vera rivoluzione concettuale.
Già nel 1946, Simone de Beauvoir, comincia a considerare un libro sulla “condizione femminile” laddove la sua coscienza si manifesta brutalmente e sulla quale intende pronunciarsi mossa da un sentimento di urgenza. La dominazione dell’uomo sulla donna deve essere analizzata, criticata, smossa da ogni luogo dove ella si manifesta, il pensiero in tutte le sue varianti, in ogni punto di vista. La biologia, la storia, la filosofia, il pensiero politico, l’antropologia vengono messe alla ribalta per poi fare un processo a questa dominazione, d’altronde cita spesso la parentela della donna con l’operaio, o con quella del Nero americano che le appare evidente- la comparazione verrà spesso ripresa.
“Volendo parlare di me, mi sono accorta che dovevo descrivere la condizione femminile. Tentai di mettere ordine nel quadro che avevo davanti, incoerente a prima vista: in ogni caso l’uomo si poneva come il Soggetto e considerava la donna come un oggetto, come l’Altro. Mi misi ad osservare le donne e andai da sorpresa in sorpresa. E’ strano e stimolante scoprire d’un tratto a quarant’anni, una visione del mondo che salta immediata negli occhi ma che non si vedeva”.
Simone riesce a formulare in filosofia il rapporto che struttura da millenni la relazione tra uomo e donna: l’uomo vede, la donna viene vista; l’uomo è soggetto, la donna è oggetto, altro, seconda, irremediabilmente; l’uomo è cultura, la donna è natura, prigioniera della sua condizione fisica, di quel ventre che la sottomette al suo destino, quello della maternità. Nel corso della storia senza dubbio, varie voci femminili si sono elevate per protestare contro questa condizione che crea la sua dominazione, anche per rivendicare dei diritti, civili e politici.
Tuttavia non è la storia del prototipo femminista ad interessarle, né il bilancio delle rivendicazioni sociali e politiche che hanno inciso la prima metà del XXe secolo. La radicalizzazione del suo proposito sta in una convinzione d’ordine esistenzialista: l’esistenza precede l’essenza; in questa prospettiva, non c’è una “natura” femminile, non ha senso riferirsi a delle “essenze” femminili. Perciò mette in moto una critica dei discorsi già esistenti (biologia, psicanalisi, materialismo storico), critica della storia a dimostrazione che “gli uomini hanno sempre detenuto tutti i poteri concreti” dalle rappresentazioni in letteratura (quei famosi “miti” veicolati da immagini contraddittorie, quella della mamma e della puttana, della santa e della donnaccia, della donna sublime e della donna dannata), fino a quella delle “età” della donna, nella sua infanzia, l’adolescenza e nella sua iniziazione sessuale, le attitudini adottate e nelle quali ella si aliena (il narcisismo, l’amore, il misticismo), un appello infine volto all’affrancamento, l’indipendenza, accompagnato dall’auspicio di vedere un giorno regnare non un’ugualianza nella differenza, alibi e ritornello facile, ma un’ugualianza veritiera, ontologica.
La forza del Secondo Sesso risiede a denunciare il carattere sociostorico attaccato alla nozione “donna”. L’originalità del libro sta nell’interrogare nello stesso modo sia le scienze umane che la letteratura, poi nel fatto di “divenire donna”, dall’infanzia alla vecchiaia con una riflessione ampia nel campo della fenomenologia. Il coraggio di una tale opera, nella quale l’autrice si implica in prima persona, non mancherà di scandalizzare le donne e gli uomini, sia i lettori di destra e sia quelli di sinistra.
Non esiterà ad applicare alle donne l’epigrafe di Sartre, “metà vittime, metà complici” vale a dire la connivenza malsana che le lega consenzienti a chi le domina.
“C’è una giustificazione, un compenso supremo che la società ha sempre concesso volentieri alla donna: la religione. Ci vuole una religione per le donne, come ce ne vuole una per il popolo, esattamente per le stesse ragioni: quando si condanna un sesso, una classe all’immanenza è necessario offrirgli il miraggio di una trascendenza. L’uomo ha tutto il vantaggio nell’addossare a un Dio la responsabilità dei codici che egli stesso crea”.
“Più una donna è giovane e sana, più il suo corpo nuovo e lustro sembra votato a una freschezza eterna, meno le è necessario l’artificio; ma bisogna sempre dissimulare all’uomo la debolezza che lo insidia. E, poiché ne teme il destino contingente, poiché la sogna immutabile, necessaria, l’uomo cerca sul viso della donna, sul busto, sulle gambe, la geometria di un’idea. Nei popoli primitivi, l’idea è solo quella della perfezione del tipo popolare; una razza che ha le labbra tumide e il naso piatto foggerà una Venere con le labbra tumide e col naso piatto; più tardi si applicano alle donne i canoni di un’estetica più complessa. In ogni caso, più i tratti e le proporzioni di una donna sono il frutto studiato di una lunga preparazione, più l’uomo ne è felice; poiché in tal modo ella sembra sfuggire alla metamorfosi delle cose naturali. Si finisce dunque in questo strano paradosso, che, desiderando vedere nella donna la natura, ma una natura trasfigurata, l’uomo vota la donna all’artificio”.
"La femmina è femmina in virtù di una certa assenza di qualità", diceva Aristotele. "Dobbiamo considerare il carattere delle donne come naturalmente difettoso e manchevole"; e S.Tommaso ugualmente decreta che la donna è "un uomo mancato", un essere "occasionale". Proprio questo vuol simboleggiare la storia della Genesi in cui Eva appare ricavata da un osso "in soprannumero di Adamo". L'umanità è maschile e l'uomo definisce la donna non in quanto tale ma in relazione a se stesso; non è considerata un essere autonomo.
"L'uomo può pensarsi senza la donna: lei non può pensarsi senza l'uomo". Lei è soltanto ciò che l'uomo decide che sia; così viene qualificata "il sesso", intendendo che la donna appare essenzialmente al maschio un essere sessuato: la donna per lui è sesso, dunque lo è in senso assoluto. La donna si determina e si differenzia in relazione all'uomo, non l'uomo in relazione a lei; è l'inessenziale di fronte all'essenziale".
Le francesi le devono sicuramente parecchio, ma non sono le sole: grazie a Simone, la “famosa condizione femminile”, universalmete condivisa è cambiata per sempre. Se non nella pratica, perlomeno in una coscienza diversa che investe un po' tutti.
(Riferimenti presi da: Le deuxième sexe-Editions Gallimard)
mercoledì, 24 giugno 2009
Appello di donne alle first ladies: "Non venite al G8 italiano"
Siamo profondamente indignate, come donne impegnate nel mondo dell’università e della cultura, per il modo in cui il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, tratta le donne sulla scena pubblica e privata.
Non ci riferiamo solo alle vicende relazionali del premier, che trascendono la sfera personale e assumono un significato pubblico, ma soprattutto alle modalità di reclutamento del personale politico e ai comportamenti e discorsi sessisti che delegittimano con perversa e ilare sistematicità la presenza femminile sulla scena sociale e istituzionale. Questi comportamenti, gravi sul piano morale, civile, culturale, minano la dignità delle donne e incidono negativamente sui percorsi di autonomia e affermazione femminili.
Il controllo che Berlusconi esercita sulla grande maggioranza dei media italiani, in spregio a ogni regola democratica, limita pesantemente le possibilità di esprimere dissenso e critica. Risulta difficile, quindi, far emergere l’insofferenza di tante donne che non si riconoscono nell’immagine femminile trasmessa dal premier e da chi gli sta intorno.
Come cittadine italiane, europee e del mondo, rivolgiamo un appello alle first ladies dei paesi coinvolti nel prossimo G8 dell’Aquila perché disertino l’appuntamento italiano, per affermare con forza che la delegittimazione della donna in un paese offende e colpisce le donne di tutti i paesi.
Chiara Volpato (Professore Ordinario – Università di Milano-Bicocca)
Angelica Mucchi Faina (Professore Ordinario – Università di Perugia)
Anne Maass (Professore Ordinario – Università di Padova)
Marcella Ravenna (Professore Ordinario – Università di Ferrara)
(22 giugno 2009)
Firma e fonte
mercoledì, 24 giugno 2009
"Io non invento niente, leggo molto. La mia originalità, e il mio fardello, sta nel credere che il cinema sia fatto più per pensare che per raccontare storie" (Jean-Luc Godard)
Dai suoi inizi (1955), il regista di ”A bout de souffle” cerca con ostinazione a rompere il bel giocattolo cinematografico, per sviarne la tendenza congenita di quest’ultimo che si fa passare molto più reale di quello che non è. Descritto e mosso da un'ideologia ingenua negli anni giovanili (far percepire la verità), questa ispirazione, oggi, obbedisce soltanto a due imperativi categorici... Il dovere della memoria e la necessità di fare risorgere sempre e ancora la poesia! Pertanto, contrariamente alla pretesa dell’opinione comune, la percezione richiesta per un film di Godard assomiglia piuttosto ad un gioco infantile... Il cineasta cerca di abbinare un tale suono ad una tale immagine, e di far echeggiare una tal musica sopra ad una tale frase, per vedere che effetto produce, la chiave forse, una scheggia poetica, un'associazione di idee folgoranti... Bisogna semplicemente accettare il fatto del gioco e riannodare con la pazienza dell’infanzia che, un giorno, sapeva guidarci fino allo stupore. Nello stesso tempo, Godard, con la sua onestà di uomo, ci ricorda la genealogia delle immagini, rivela il palinsesto che presiede ogni atto creativo, e quello suo principalmente. Ci fa entrare nel gioco, sì, giocare per riconoscere l’Antico che si dissimula sotto i drappelli del sedicente Nuovo.
Prima dall’inferno, otto minuti di un montaggio con immagini e suoni di guerra (compiuti con lo spirito “Storia del cinema”) dove il carattere infernale risiede soprattutto nell’impossibilità di distinguere il vero dal falso. Dopodiché, il purgatorio che trasferisce a Sarajevo.
martedì, 23 giugno 2009
Il direttore Don Antonio Sciortino parla di "emergenza morale"
Il settimanale cattolico era intervenuto anche sul caso Noemi
Famiglia Cristiana contro il premier
"Indifendibile, ora parli la Chiesa"
ROMA - "E' stato superato il limite della decenza". Scrive così il direttore del settimanale
Famiglia Cristiana, don Antonio Sciortino rispondendo alle lettere dei lettori e definendo "indifendibile" il comportamento del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La Chiesa italiana, continua Sciortino "non può ignorare l'emergenza morale" di fronte allo scandalo-escort. "Non si può far finta che non stia succedendo nulla, i cristiani (come dimostrano le lettere dei nostri lettori) sono frastornati da questo clima di decadimento morale, attendono dalla Chiesa una valutazione etica meno disincantata".
Don Antonio Sciortino è duro anche nei confronti di chi pensa "di barattare la morale con promesse di leggi favorevoli alla Chiesa: è il classico piatto di lenticchie da respingere al mittente. La Chiesa non può abdicare alla sua missione, nessuno pensi di allettarla con promesse o ricattarla con minacce perchè non intervenga e taccia". E critica il comportamento "gaudente e libertino" di chi considera le donne come "merce" di cui "si potrebbe averne quantitativi gratis". "Che esempio si dà alle giovani generazioni?" chiede don Sciortino.
continuazione e fonte
domenica, 14 giugno 2009
10 LETTERE E COMMENTI
12.06.2009
- OPINIONI | di Ivan Della Mea
OPINIONE
BRUCIA COMPAGNO BRUCIA
Cialtroni presuntuosi autoreferenti mentecatti retorici e pletorici recitanti di grandi parole intelligentissime che vi arrotondano il labbruccio nell'affettata pronunzia e vi allargano i buchi del naso a frogia cavallina per comunicare la potenza del vostro dire e gli occhi che se la tirano a specchio di una cultura altissima profusa con grande intelligenza e non conta un cazzo che nulla sappiate del lavoro, ne fate un'astrazione impreziosita dal suffisso «oro» e del prefisso «lav» non potrebbe fregarvene di meno. Ma volete essere di sinistra, di più, vorreste essere la sinistra e nonostante alcuni di voi abbiano alle spalle più disastri che meriti ancora vi vivete come dirigenti, diri senza genti, e impapocchiate di qui e rompete di là forti del vostro protagonismo e presenzialismo e animati dalla sottile foia di potere che informa il vostro fare: dirigenti di quarantaquattrogattiinfilaperdue ambite cariche nazionali o europee. Eterni quadri di partito o di gruppo per voi tutto fa pedana. Dalla scissione del 1906 al diciannovismo alla nascita del Partito comunista italiano non pochi tra voi già erano attrezzati e si portavano appresso una seggiolina di quelle che si chiudono onde averla prestamente fruibile per poggiare le ponderose chiappe. Voi siete stati e siete ancora la vera rovina del mondo del lavoro in generale e dei lavoratori. Fatte le eccezioni dei Di Vittorio, Novella, Santi, Trentin, Luciano Romagnoli e pochi altri davvero compagni davvero dirigenti, davvero protagonisti coscienti e responsabili di grandi vittorie e di grandi sconfitte, c'è parecchia miseria e assai poca nobiltà a giro e allora mi spiego perché non poche frange della classe operaia del nord, est e ovest, ancorché sindacalizzate, abbiano votato per la Lega. Al sindacato chiedono una sinecura da mero patronato, ma razzismo e intolleranza e non di rado fancazzismo ed egoismo e anche antipartitismo per dire anticomunismo sono costanti assai presenti sulle quali, e da tempo, dalla fine degli anni '80, come documentava con una ricerca il mio carissimo amico Primo Moroni commissionata dal sindacato, nessuna cultura contro veniva attivata e dunque nessuna politica. Si può essere cigiellisti e leghisti e razzisti e lo si è in molti casi. È questa io credo la miseria della politica di oggi e della cultura che l'informa. Chi ha voglia di fare chiarezza su queste contraddizioni? Chi ha la coscienza compagna di dire all'operaio sindacalizzato che discriminare, emarginare, fare pratica costante di razzismo e di differenzialismo significa essere fascisti dentro? Non lo vedo questo coraggio. Non vedo l'urgenza di un fare politica che sia anche fare cultura in questo senso: e cioè in contrapposizione e in rivolta.
Chi leghista viene in Piazza della Loggia il 28 maggio di ogni anno o è mentecatto o non si rende conto di essere corresponsabile dello scoppio di quella bomba: uno scoppio che nella coscienza non è finito né mai finirà. Chi, dirigente, non capisce o non vuol capire questo, è uno che ormai vede soltanto i cadreghini rassicuranti e ambiti, le piccole medie e grandi ambizioni di potere personale, la politica del farsi i cazzi propri, del chi fa da sé fa per tre. È ora di guardarsi negli occhi e di dirsi a muso duro tutto questo e ci si romperà forse ulteriormente, ma su quanto resterà si potrà tentare di ricostruire insieme sempre insieme e soltanto insieme un progetto socialista. «Brucia compagno brucia/la lotta continua ancora//Brucia compagno brucia/continuerà».
venerdì, 12 giugno 2009
In base a quello che leggerete anche questa e mail potrebbe essere fonte di reato.
Ieri il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d.L. 733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC) identificato dall'articolo 50-bis: /Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet/ ; la prossima settimana Il testo approderà alla Camera diventando l'articolo nr. 60.
Il senatore Gianpiero D'Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo e ciò la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della "Casta".
In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog a disobbedire (o a criticare?) ad una legge che ritiene ingiusta, i /providers/ dovranno bloccare il blog.
Questo provvedimento può far oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all'estero; il Ministro dell'Interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può infatti disporre con proprio decreto l'interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.
L'attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore; la violazione di tale obbligo comporta per i provider una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000.
Per i blogger è invece previsto il carcere da 1 a 5 anni per l'istigazione a delinquere e per l'apologia di reato oltre ad una pena ulteriore da 6 mesi a 5 anni perl'istigazione alla disobbedienza
delle leggi di ordine pubblico o all'odio fra le classi sociali.
Con questa legge verrebbero immediatamente ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta!
In pratica il potere si sta dotando delle armi necessarie per bloccare in Italia Facebook, Youtube e *tutti i blog* che al momento rappresentano in Italia l'unica informazione non condizionata e/o
censurata.
Vi ricordo che il nostro è l'unico Paese al mondo dove una /media company/ ha citato YouTube per danni chiedendo 500 milioni euro di risarcimento.
Il nome di questa /media company/, guarda caso, è Mediaset
Quindi il Governo interviene per l'ennesima volta, in una materia che, del tutto incidentalmente, vede coinvolta un'impresa del Presidente del Consiglio in un conflitto giudiziario e d'interessi.
Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto rende esplicito il progetto del Governo di /normalizzare/ con leggi di repressione internet e tutto il sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.
Tra breve non dovremmo stupirci se la delazione verrà premiata con buoni spesa!
Mentre negli USA Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet in Italia il governo si ispira per quanto riguarda la libertà di stampa alla Cina e alla Birmania.
Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati il blog Beppe Grillo e la rivista specializzata Punto Informatico.
Fate girare questa notizia il più possibile per cercare di svegliare le coscienze addormentate degli italiani perché dove non c'è libera informazione e diritto di critica il concetto di democrazia
diventa un problema dialettico.
mercoledì, 10 giugno 2009
Sicurezza: Csm, con ddl lesi diritti
Contrasta con la Convenzione dei diritti del Fanciullo
(ANSA) - ROMA, 10 GIU - Ledono i diritti dei clandestini e dei loro figli alcune delle norme del pacchetto sicurezza.
Lo afferma la Sesta Commissione del Csm. In un parere al ddl approvato all'unanimità', che oggi sarà discusso dal plenum di Palazzo dei marescialli, si afferma che la norma che richiede, per la dichiarazione di nascita, l'esibizione del permesso di soggiorno, da parte del genitore si pone ''in contrasto con il diritto della persona minore d'età'alla propria identità personale e alla cittadinanza.''
mercoledì, 10 giugno 2009
| Uomini nelle prigioni libiche, Lampedusa (Italia), agosto 2007 (interviste raccolte da Sara Prestianni) |
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Hadish, Eritrea: “Ho vissuto due anni in Libia. Sono stato imprigionato per un mese a Fellah. Eravamo 250 persone in una stanza. C’era un solo bagno per tutti. Mangiavamo una volta la giorno, pane e acqua.”
Wares, Eritrea: “Durante la mia permanenza in Libia sono stato imprigionato a Misratah, Kufrah et Fellah. Se una persona scappa, tutti gli altri sono portati nel cortile per essere sottoposti ad un interrogatorio sulle sorti del fuggitivo. Chi non risponde o dice di non sapere niente viene picchiato con il manganello. A volte utilizzano il manganello che da la scossa elettrica. Una donna che stava con me in prigione mi ha raccontato di essere stata violentata. La popolazione libica è profondamente razzista ci chiamano “haiwain”, animali, ci minacciano per la strada con le pistole, ci picchiano per rubarci i soldi. Nessuno ci protegge.”
Ibrahim, Eritrea: “Durante il mio primo tentativo di viaggio siamo stati bloccati in acque tunisine dalla polizia tunisina che ci ha portato per venti giorni in una prigione per poi lasciarci aldilà del confine libico, in mano ai poliziotti libici, verso Zuara. Da quel momento sono stato trasferito in quattro prigioni diverse (Al Naser, Al Fallah, Seraj, Djuazat). Ogni volta che arrivavano persone nuove e le prigioni si riempivano ci trasferivano in un’altra. Il trasferimento avveniva con dei camion-container. Di dimensione di 6 metri per due, senza finestre, poteva trasportare fino a 150 persone. Il viaggio durava in media 10 ore, senza una pausa per prendere aria, nonostante ci sembrasse di soffocare. Tra le quattro quella dove le condizioni di vita erano più difficili era quella di Fellah. In quella prigione erano detenuti principalmente eritrei, ma anche egiziani, marocchini e sudanesi. Mi ero preso la scabbia ma non mi davano nessuna cura. Come me molti altri avevano la scabbia. C’erano anche delle donne in questa prigione, per loro è particolarmente difficile la vita in prigione, subiscano molte violenze. Ho visto delle donne violentate in prigione. I poliziotti minacciano di morte i migranti per farli calmare. I poliziotti, soprattutto quando ti arrestano in casa durante le retate, utilizzano un manganello che provoca una scarica elettrica che al primo colpo ti immobilizza il corpo e ti impedisce di fuggire. Il manganello che provoca una scarica elettrica l’ho visto usare anche in prigione, quando provi a lamentarti delle condizioni di detenzione, in quel caso lo utilizzano sia contro gli uomini che contro le donne. L’effetto sul corpo umano dipende dalla forza della scarica elettrica e dalla durata del colpo. Se è forte può provocarti anche degli effetti al sistema nervoso, perdi l’uso della vista per qualche giorno, il viso ti si gonfia. Quella del manganello con la scossa elettrica è una pratica che usano solo ogni tanto, in generale utilizzano il manganello o ci colpiscono con i calci. Se non vuoi essere espulso nel tuo paese devi pagare 500 dollari alla polizia.”
Anonimo, Eritrea: “Mi hanno arrestato mentre giravo per le strade di Tripoli. I libici ti aggrediscono per strada, ti minacciano e a volte chiamano la polizia per farti arrestare. Ho ancora la cicatrice di una coltellata inflittami da un ragazzo libico per la strada, perché voleva che gli dessi dei soldi, Sono stato imprigionato a Fellah. Se provi a scappare ti prendono e ti picchiano. Ti lasciano per 24 ore, bloccato, sotto il sole, senza né cibo né acqua. Ti tolgono le scarpe e ti colpiscono sulla pianta dei piedi. Gli eritrei sono la popolazione più torturata e imprigionata in Libia poiché la nostra ambasciata collabora con la polizia libica e non ci difende. Altre persone sono fatte uscire dopo qualche giorno dalle prigione perché la loro ambasciata interviene.”
Sium, Eritrea: “Eravamo partiti dalla Libia, dopo tre giorni di viaggio abbiamo perso la rotta e girando a vuoto abbiamo finito la benzina. Siamo stati intercettati da una nave militare libica che ci ha riportato sulla costa. Sono stato imprigionato per 4 mesi durante i quali mi hanno trasferito in 5 prigioni diverse: Fellah, Isdavia, Marj, Bingazi, Kufra. Le condizioni più dure erano quelle di Fellah.”
Tekle, Eritrea: “Ho vissuto 5 mesi in Libia. Sono stato arrestato nel deserto, mentre attraversavo il confine tra la Libia e il Sudan. Mi hanno detenuto a Misratah, ma dopo due mesi sono riuscito a scappare. Durante la detenzione mi hanno spesso dato delle manganellate sulla schiena.”
Daniel, Eritrea: “Sono stato arrestato mentre ero sulla spiaggia in attesa dell’arrivo della barca con cui avremmo dovuto raggiungere Lampedusa. Avevamo già pagato il passaggio. La polizia ci ha portato nella prigione di Khums. Eravamo in 50 in piccole stanze, dormivamo al suolo.”
Aliu, Costa d’Avorio: “Dopo aver attraversato la Costa d’Avorio, il Burkina Faso e il Niger, sono stato arrestato dalla polizia libica alla frontiera con il Niger. Sono stato detenuto 3 mesi a Qatrun. Ci davano da mangiare solo del pane.Generalmente in Libia il giorno prima della festa nazionale (il 4 dicembre) la polizia fa delle retate collettive nei quartieri dei migranti, deportando moltissime persone.”
Fissahe, Eritrea: “Sono stato arrestato al confine tra il Sudan e la Libia, mi hanno portato fino alla prigione di Al Marj. Eravamo 67 eritrei di cui 6 donne. Spesso ci facevano uscire nel cortile e ci picchiavano. Ho visto delle donne violentate dai poliziotti libici. Mangiavamo una volta al giorno. Dopo 2 mesi, pagando 300 dollari per uscire e 250 per il trasporto fino a Tripoli mi hanno rilasciato. Ho aspettato due mesi a Tripoli per tentare il passaggio. Dopo un’ora dalla partenza la barca si è rovesciata a causa del mare mosso, abbiamo fatto ritorno alla costa. Là i poliziotti sono riusciti ad arrestare molte persone, altre, tra cui io, sono riuscite a scappare.”
Anonimo, Eritrea: “Eravamo sulla spiaggia aspettando la barca, avevamo già pagato il viaggio, quando è arrivata la polizia. Alcuni di noi sono riusciti a scappare verso la città, ma siamo stati comunque catturati e arrestati. Ci hanno detenuto in una prigione a Khums, a 120 chilometri da Tripoli. Dopo due mesi di detenzione in condizione durissime un gruppo di noi ha deciso di cominciare lo sciopero della fame. Dopo tre giorni, per obbligarci a mangiare, ci hanno colpito con dei manganelli che provocano l’elettroshock. Dopo essere stati colpiti cadevamo al suolo, mi era impossibile aprire gli occhi, il viso si gonfia. L’effetto dell’elettroshock dura per almeno due settimane, ma non abbiamo diritto di essere visitati da un medico. Questa tecnica è utilizzata generalmente in caso di ribellione, come era stato il caso per il nostro sciopero della fame. Se una donna si rivolta al tentativo di violenza da parte di un poliziotto viene picchiata fino a quando non ha più forze per ribellarsi allo stupro.”
Kone, Costa d’Avorio: “Sono partito dalla Costa d’Avorio nell’aprile del 2005. Ho attraversato il Ghana, il Niger, l’Algeria e la Libia. Per passare dal Niger all’Algeria è stato particolarmente difficile, abbiamo attraversato il deserto con piccoli camion, eravamo 30, e dopo pochi giorni l’acqua è finita. Siamo stati 11 giorni nel Sahara, ma a 80 km dall’Algeria ci hanno fatto scendere dai camion e camminare a piedi perché i trafficanti non volevano passare direttamente dalla Libia. Abbiamo camminato da Djanet, in Algeria, per quattro giorni, attraversando il deserto. Una volta in Libia mi sono fermato a lavorare a Ghat per poter recuperare i soldi necessari per continuare il viaggio. Sono stato arrestato in città e detenuto in una prigione a pochi chilometri da Ghat. Per uscire dalla prigione ho dovuto pagare 300 dinari libici. Durante la detenzione i poliziotti mi picchiavano spesso, senza un motivo preciso.”
Saleo, Tchad: “Sono stato arrestato durante una retata della polizia libica nel quartiere degli immigrati. Sono stato detenuto a Janjour per 6 giorni. Dormivamo al suolo; ci davano da mangiare una volta al giorno un pezzo di pane e formaggio, tè e acqua. Eravamo in 127: 107 del Ghana, 100 della Niger, 50 della Nigeria, 4 senegalesi, 6 burkinabé e 22 del Mali. C’erano anche delle donne, prevalentemente del Ghana e della Nigeria. La prigione si trova a circa un chilometro da Sabha. Più di una volta mi hanno frustato, sempre senza un motivo preciso per farlo. Quando mi hanno arrestato indossavo ancora i vestiti da lavoro, non mi hanno dato nessun cambio e non era possibile fare la doccia.”
Sedu, Guinea Conakri: “Sono partito dalla Guinea quattro anni fa. Ho vissuto 3 mesi in Mali, 6 mesi in Nigeria e 3 anni in Libia. Durante la festa nazionale libica del 4 dicembre, la polizia fa delle retate per arrestare gli immigrati. Sono stato detenuto in una prigione a Tripoli. Le violenze sono continue e ci davano pochissimo da mangiare, schiaffeggiandoci, ci dicono che così ci passa la voglia di tornare in Libia.”
Yohannes, Eritrea: “Sono stato tre mesi in Libia. Ci hanno arrestato mentre ci stavamo imbarcando sulla nave che ci doveva portare in Europa. Siamo stati tutti portati a Misratah, c’erano in tutto 400 persone nella prigione. Ogni giorno c’erano delle violenze, giusto per farlo, senza un motivo preciso. Il cibo era molto scarso. Sono potuto uscire pagando la polizia libica.”
Sereke, Eritrea: “Ho vissuto tre mesi in Libia. Sono stato arrestato lungo la costa, mentre mi stavo imbarcando. Sono stato detenuto in una prigione a Khums. Spesso ci davano 5, 6 manganellate sulla schiena, senza motivo. Sono riuscito a scappare.”
Fidane, Eritrea: “Sono stato arrestato nella frontiera tra il Sudan e la Libia. Sono stato detenuto per due mesi nella prigione di Miraj . Durante un tentativo di fuga, ci hanno ripreso, e per punirci ci hanno torturato per tre giorni, per poter dare un esempio agli altri, per fare capire loro cosa sarebbe successo a chi voleva fuggire. Dormivamo al suolo, in una camera in quaranta.”
Matiwos, Eritrea: “Ho vissuto un anno in Libia, durante il quale sono stato arrestato due volte. La prima al confine tra il Sudan e la Libia. Mi hanno detenuto per tre mesi nella prigione di Misratah. La maggiorparte delle persone che erano in questa prigione veniva dall’Eritrea. La seconda volta mi hanno arrestato durante una retata in città e mi hanno detenuto per 2 mesi nella prigione di Marj. Lì ho assistito a delle violenze sessuali contro le donne.”
Zekarias, Eritrea: “Eravamo partiti con la barca dalle coste libiche, dopo un’ora ci hanno intercettato le autorità libiche, ci hanno arrestato e portato alla prigione di Khums. Sono stato detenuto per un mese. Ci davano da mangiare solo due pezzi di pane e dell’acqua salmastra. Ogni giorno eravamo sottoposti a delle torture per una, due ore. C’erano anche dei minorenni, che subivano le stesse violenze degli adulti.”
Weldegabr, Eritrea: “Ho vissuto 6 mesi in Libia. Sono stato arrestato una volta mentre ci stavamo imbarcando alla volta dell’Europa, avevo già pagato il viaggio. Sono rimasto 3 mesi nella prigione di Khums, in tutto c’erano 200 persone, tra cui donne e bambini. Ho pagato 600 dollari per essere liberato.”
Abdellah, Sudan: “Ho lasciato il Sudan nel 2003. Ho lavorato durante quattro anni in Libia come muratore. Mi hanno arrestato due volte e trasferito alle prigioni di Fellah e Kufra. La prima volta sono stato arrestato durante un controllo dei documenti a Tripoli, la seconda quando ero sulla costa in partenza per l’Europa, quando avevo già pagato il viaggio. Sono rimasto 3 mesi a Kufra e 6 a Fellah, che è una prigione composta da un unico stanzone dove dormono tutti ammassati.”
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martedì, 09 giugno 2009
Nives Meroi è tornata a casa:
«Ho scelto i veri valori della vita»
Nives Meroi
Si è tenuta mercoledì mattina al Qui Wolf di Montegnacco di Cassacco la conferenza stampa di Nives Meroi, di ritorno dall’Himalaya. Un’occasione di incontro e di confronto con l’alpinista che ha raccontato le emozioni della sua ultima avventura sul Kangchenjunga dove insieme al marito Romano Bennet ha realizzato un’importante vittoria: non un successo sportivo ma una conferma dei valori della vita.
Nives Meroi ha scelto di rispettare l’uomo, la natura, la montagna e l’amore per suo marito Romano, rimandando più in là il raggiungimento del dodicesimo Ottomila. Accanto a Nives, Giuseppe Petris, fondatore di Wolf Sauris, partner delle imprese di Nives accompagnato dai figli Katia e Stefano e la sorella di Nives, Leila: il marito Romano è ancora molto provato e questa mattina era impegnato in accertamenti clinici.
Parte da qui, dalla rassicurazione di Nives verso i partecipanti sulle condizioni di salute e dall’emozione dello staff della Wolf che ha voluto dare un significato più che positivo e ampiamente condiviso delle decisioni prese in alta quota sull’impresa che i due protagonisti friulani stanno realizzando. Nives e Romano erano partiti nel mese di marzo alla volta dell’Himalaya con l’obiettivo di scalare due delle tre cime che mancano per raggiungere quota 14: il Kangchenjunga e l’Annapurna. La coppia voleva tentare prima la scalata al Kangchenjunga ma gli scioperi e le contestazioni in atto nella zona est del Nepal impedivano l’accesso alla montagna e così hanno deciso di invertire le due scalate, nella speranza che nel frattempo la situazione si calmasse.
Si sono così diretti verso l’Annapurna, uno degli Ottomila meno alti e nel contempo più pericolosi, con distanze lunghissime costellate di seracchi e crepacci. La scarsità di precipitazioni durante tutto l’inverno in questa zona ha reso il percorso un vero e proprio labirinto di ghiaccio. Per venti giorni Nives e Romano hanno cercato la via per superare i seracchi ma col passare dei giorni le condizioni peggioravano e l’aumentare della temperatura causava crolli e l’apertura di crepacci che modificavano di continuo il percorso, impedendo anche di conservare il senso dell’orientamento.
Romano ha iniziato a non sentirsi bene e grazie a una visita medica telefonica gli è stata diagnosticata una bronchite. Ha iniziato subito una cura antibiotica ma probabilmente a causa dell’altitudine la guarigione è risultata più lunga del previsto. La coppia vedeva sempre più difficile superare il labirinto di ghiaccio, che cambiava forma continuamente sotto i loro occhi. Hanno deciso così di lasciare perdere per il momento il progetto Annapurna e di dedicarsi al Kangchenjunga.
Dopo 15 giorni di viaggio per spostarsi da una montagna all’altra, il 3 maggio hanno raggiunto il campo 1 del Kangchenjunga, la terza vetta più alta del mondo, una montagna che Nives che ha definito “una montagna bellissima, poco frequentata. A differenza dell’Annapurna non è una zona turistica, è il vero Nepal, con tutta la sua bellezza e ricchezza paesaggistica , con tutta la sua povertà e con tutti i suoi problemi”.
Nel frattempo Romano si sentiva meglio e la coppia ha intrapreso la scalata raggiungendo rapidamente il campo 2 e poi il campo 3 a 7.300 metri, dove sono rimasti fermi tre giorni prima di poter ripartire alla volta del campo 4, a 7.700 metri. Le condizioni favorevoli facevano ben sperare: la cima era raggiungibile…
Il giorno successivo sono partiti per raggiungere la cima. Lungo il percorso Nives si accorge che Romano rallenta sempre di più, e nonostante le rassicurazione di Romano, continuavano la scalata: ma dopo poco tempo, Romano e Nives si sono guardati negli occhi e da un solo cenno di Romano, lei ha capito che non ce la faceva più. Ne erano coscienti tutti e due. Romano voleva continuare lentamente verso il campo e aspettare lì Nives che avrebbe potuto continuare la scalata da sola. Per scongiurare problemi di edema celebrale, Nives ha sottoposto Romano ai test neuro comportamentali, messi a punto dalla sorella, Leila Meroi, impegnata in studi di neuroscienze sull’edema celebrale in alta quota. Appurato che non si trattava di edema celebrale subito la scelta.
Continua il racconto di Nives: “Noi abbiamo affrontato tutte le scalate insieme. Io avrei potuto scalare il mio dodicesimo Ottomila e sarei ancora in cima al primato però non avrebbe avuto lo stesso senso. Così ho alleggerito lo zaino di Romano, caricando di più il mio e siamo scesi al campo 3, dove abbiamo aspettato i portatori per scendere.” E’ stata una scelta difficile e coraggiosa, a livello emotivo e psicologico. “Nel turbinio di pensieri e di paure che ti sovraccarica la mente in quei momenti, l’importante è non lasciare che la paura si trasformi in panico e ti impedisca di pensare. Potevamo fare affidamento solo su di noi, e la soluzione ci è apparsa subito evidente.”
“Quello che è fondamentale” ha continuato Nives “è l’autosufficienza fisica e psicologica. Siamo tornati indietro prima di avere bisogno di soccorso, prima che qualcuno dovesse essere messo in gioco per soccorrerci. E’ fondamentale essere in grado di rendersi conto di quando è il momento di fermarsi e tornare giù”, “oggi la tendenza delle spedizioni è quella di dover ad ogni costo riuscire, non essendo disposti ad accettare il rischio dell’insuccesso.” “Mi sento un dinosauro” ha continuato Nives, “ormai l’alpinismo Himalayano punta solo al risultato. Tutti gli alpinisti vogliono addomesticare il più possibile la montagna e soprattutto l’avventura, avendo la quasi totalità delle garanzie: ossigeno, portatori d’alta quota, corde... (...) Noi eravamo gli unici ad avere uno zaino con dentro tutto il campo.”
“Il nostro alpinismo è sempre meno in voga. Il nostro obiettivo è riuscire a scalare le montagne solo con le nostre forse, oppure di non riuscirci e tornare indietro. Il messaggio che si manda deve essere sempre positivo, altrimenti perde coerenza con l’obiettivo che si vuole raggiungere.”
Oltre a Nives, altre due donne, una basca e una austriaca, sono impegnate nella sfida per diventare la prima donna ad aver scalato tutti e 14 gli Ottomila del mondo. In primavera erano tutte e tre a quota 11, ma oggi le due concorrenti di Nives sono un passo avanti a lei.
“Chi sarà la prima donna a riuscirci è presentato spesso dai media come un gara, ma l’alpinismo non può essere presentato come una gara, perchè una gara presuppone le stesse condizioni. E non è così”. Nives e Romano affrontano le scalate senza ossigeno e senza portatori d’alta quota, da soli e senza spedizioni al seguito. Il loro alpinismo è stato definito leggero ed essenziale. Sono l’unica coppia impegnata insieme in questa avventura. La vera sfida è proprio questa: riuscirci insieme.
Giuseppe Wolf, particolarmente emozionato davanti alle dichiarazioni dell’alpinista, ha confermato l’impegno del sostegno della Wolf a favore di questi due atleti che affrontano le sfide sportive con il giusto equilibrio e senza pregiudicare la vita di nessuno, un valore che a volte viene dimenticato.
martedì, 09 giugno 2009
Martedì, 2 Giugno 2009
Ancora un attacco clericale alla laicità della scuola.
A fianco di Alberto Marani, no alla “scuola-parrocchia”
Alberto Marani, docente di matematica e fisica del Liceo Scientifico “Righi” di Cesena ed esponente dei Cobas della scuola, è stato sospeso dall’insegnamento e dallo stipendio per due mesi, con decisione dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Forlì-Cesena. La motivazione principale è l’avere condotto un’indagine nelle proprie classi per rilevare quanti studenti sceglierebbe la materia alternativa qualora l’istituto la programmasse (in palese violazione della normativa finora non è stato fatto). Nel questionario ciascuno doveva indicare quale insegnamento avrebbe scelto (fra Religione cattolica, Storia delle religioni e Diritti umani). Dall’indagine è risultato che solo l’11% sceglierebbe Religione cattolica: e il Collegio Docenti aveva recepito le proposte di Marani, deliberando la necessità di offrire agli studenti la Materia alternativa. La cosa ha fatto infuriare gli insegnanti di religione e i cattolici integralisti all’interno del liceo, i quali tramite una lettera di Don Stefano Pasolini, docente di Religione delle classi coinvolte nel questionario, hanno lamentato all’Ufficio Scolastico Regionale che Marani avrebbe offeso, con quel questionario, il collega di Religione. E’ scattata così la sanzione, inaudita e pesantissima.
L’ispettrice inviata dall’USR, Rosanna Facchini, ha persino diffidato il docente dal fare conoscere agli alunni i risultati dell’indagine.
All’accusa è stata aggiunta quella di avere affisso nelle bacheche della scuola, durante il bombardamento di Gaza, 5 immagini di Handala (il bambino palestinese scalzo e sofferente) dopo aver usato “addirittura” la stampante della scuola. Il Consiglio di Disciplina del CNPI (con i rappresentanti dei sindacati concertativi CGIL, CISL, UIL, SNALS e Gilda) ha proposto di ridurre la sospensione a “SOLI DUE MESI” (sic!!!!) perché la richiesta della Direzione Scolastica Regionale era addirittura di 6 mesi (comminata neanche a pedofili condannati).
Dopo la vicenda di Franco Coppoli dei COBAS di Terni, sospeso per un mese per aver “osato” staccare il crocifisso nelle sue ore di lezione, questo è l’ulteriore esempio di come la scuola pubblica sia ormai piena di integralismo violento contro chiunque metta in discussione l’invadenza clericale. I COBAS difenderanno con tutti gli strumenti a disposizione – giuridici, sindacali e politici – Alberto Marani; ma invitano altresì i/le docenti a difendere la laicità dell’insegnamento e a far crescere un movimento che ponga fine alle interferenze dell’integralismo religioso, all’imposizione dell’insegnamento della religione cattolica e agli assurdi privilegi concessi agli insegnanti di religione – selezionati e imposti dal Vaticano – che sono gli unici docenti in Italia ad aver il posto garantito, usato da buona parte di essi per diffondere il modello della “scuola-parrocchia”.
Piero Bernocchi portavoce nazionale COBAS
domenica, 07 giugno 2009
l caso segnalato da "Il mattino"
Daria, bravissima a scuola, ma senza
codice fiscale: niente maturità
La ragazza, ucraina e clandestina, rischia di saltare l'esame. Prof e compagni si mobilitano per lei
NAPOLI - Frequenta il quinto anno del liceo linguistico 'Margherita di Savoia', nei pressi di piazza Dante, nel cuore di Napoli. Questo è l'anno del suo esame di maturità, ma una circolare di Stato le ha bloccato la strada. Daria è bravissima, conosce sei lingue, ma è ucraina e clandestina, non ha documenti italiani, tantomeno il codice fiscale che da quest'anno è obbligatorio per sostenere la prova scolastica. Il ministero dell'Istruzione, per compilare l'anagrafe dello studente, sta infatti rilevando i dati relativi a ogni singolo candidato, compreso il codice fiscale che passerà al vaglio dell'Agenzia delle entrate. Il termine per inserire i dati sul sito del Ministero è martedì. A raccontare la vicenda è «Il Mattino».
IL CASO - «Sto esaminando la situazione - spiega al quotidiano il preside del liceo linguistico, Carmine Santaniello - spero di trovare una soluzione a breve. La circolare voluta dal ministro Gelmini è un diktat chiaro: senza codice fiscale non si può sostenere l'esame. Daria è stata iscritta tre anni fa in base alle normative vigenti, ha frequentato regolarmente e adesso ci troviamo dinanzi a questo problema. Cercheremo di risolverlo». In realtà una norma, l'articolo 45 del Dpr 31 agosto 1999, numero 394, sancisce che «tutti i minori, presenti sul territorio nazionale e nei diversi gradi e ordini di scuola hanno diritto all'istruzione, indipendentemente dalla regolarità della loro posizione di soggiorno». «Diritto all'istruzione che vale, evidentemente, fino alle soglie dell'esame di maturità perché per la prova finale c'è una circolare (22 maggio 2009) che impone il possesso del codice fiscale», rileva 'Il Mattino'.
LA PAURA - «Adesso ho paura - racconta Daria. - Paura di finire in carcere, lo stesso timore che ho da cinque anni ogni volta che vedo un poliziotto. Io voglio solo studiare, costruirmi un futuro, vorrei il mio diploma. Abito a piazza Carlo III. A casa siamo tutti clandestini perché non riusciamo a diventare regolari. Eppure da quattro anni mamma fa le pulizie ad ore e il mio papà, poverino, lavora tantissimo, fa il saldatore. Io un po' di tutto: lavo le scale dei condomini, faccio le pulizie, la baby sitter, la badante. E poi studio, mi piace tanto farlo». «Dopo vorrei iscrivermi ll'università: Scienze Politiche o la scuola per Infermieri - dice ancora - Non mi spaventano i sacrifici e, in questi giorni, sto ricevendo tanto affetto dai professori e dai miei compagni. I napoletani sono gente buona». Il Margherita di Savoia si è, infatti, mobilitato per aiutare Daria. Professori che si sono offerti di assumerla per regolarizzarla, il preside che cerca una soluzione tecnica, i compagni che stanno per lanciare una petizione. In Ucraina Daria ha già un titolo di studio «finito». «Tre anni fa ho dovuto ricominciare tutto - racconta - ma va bene così. Ho accettato di vivere da clandestina. Io non ho mai violato la legge, lavoro tanto, perché senza il codice fiscale automaticamente divento una delinquente? Perché in un paese democratico io devo diventare un'ombra invisibile per non finire in galera? Io ho paura di perdere la casa, vivo sulle valigie, perché da un giorno all'altro mi possono cacciare via. Due anni fa ho chiesto di essere regolarizzata, da allora non so nulla».